ANIMA DISEGNATA

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Guardo i disegni dei bambini e scorro il mio sguardo sul foglio che rappresenta lo spazio dove vengono proiettati i vettori dell’ IO di un bambino: scorro gli occhi dalla parte alta del foglio dove la presenza di immagini disegnate rivela una ricca fantasia che svolazza tra le nuvole,  ma poi gli esperti di grafologia dicono che l’anima dei piccoli si aggrappa ai disegnini fatti nella parte bassa del foglio quando i bambini camminano con i piedini a terra e sono molto concreti;  disegnini presenti solo al centro del foglio sono del bimbo che si sente isolato; disegnini sparsi su tutto il foglio sono l’equilibrio.

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Se i disegnini scappano tutti alla sinistra del foglio, è perchè vanno alla ricerca del passato, che è bisogno di sicurezza, e lì c’è la mamma.

I disegnini che si addossano sulla destra del foglio sono un richiamo al futuro, il futuro così come è sentito da una personalità piccola ma intraprendente, curiosa e vivace, e che appartiene un bimbo estroverso ed ottimista, ed è lì che c’è pure il papà.

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Occupare tutto il foglio è segno di entusiasmo verso il tutto, di un’anima vivace e recettiva dell’intero spazio.

Socievole, espansivo e coccoloso è il bimbo che sceglie il foglio in posizione orizzontale; la scelta verticale è invece del bambino più indipendente, riservato, razionale.

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Occupare tutto il foglio è segno di entusiasmo verso il tutto, anima vivace e recettiva dell’intero spazio.

Socievole, espansivo e coccoloso il bimbo che sceglie il foglio in posizione orizzontale; la scelta verticale è invece del bambino più indipendente, riservato, razionale.

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Nei disegni dei bambini il sole rappresenta il padre, e a seconda della dimensione che il sole occupa nel disegno si ha la “misura”  della figura paterna nella vita del bambino: se il sole è eccessivamente grande può indicare oppressione; se invece è un sole troppo piccolo e dal colore pallido, o senza raggi, evoca una carenza di disponibilità, di sicurezza, se non addirittura assenza. Se è giusto, allora è il papà migliore al mondo.

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E poi c’è la casa disegnata come un rettangolo tutto in altezza, ed è immenso quando il bimbo è affettuoso e ospitale; le finestre sono piccoli rettangoli più o meno regolari, e se ci sono dei tratti incrociati, questi rappresentano un valore di auto-protezione e di rassicurazione sul proprio spazio vitale.

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La cura con cui la casa è disegnata e la scelta del colore, la presenza di finestre aperte o chiuse, dicono se il bambino si sente amato e protetto nell’ambiente in cui vive.

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Il soggetto che un bimbo disegna per primo è la persona per la quale prova più ammirazione, e se un familiare è disegnato con dimensioni visibilmente ridotte, per questa persona vi sarà un minor carico emotivo.

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Le braccia lunghe simboleggiano una personalità molto affettuosa con bisogno di comunicazione; mani con pugni chiusi è il bambino con un’aggressività repressa

Se le braccia sono corte il bambino sente la necessità di essere rassicurato.

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Spunti tratti dal simbolismo spaziale di Max Pulver.

TEMPO DEDICATO

Quando ho del tempo libero da poter usare a mio piacimento, scatta nel mio inconscio un filtro che accende la scelta migliore, ed ovviamente si tratta della mia scelta migliore. 

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Non impiego il mio tempo nel fare selfie perché il valore del farli è equivalente al valore del non farli, ovvero non mi rende una persona migliore (la gente psicologicamente velenosa sta pensando che non li faccio perché non posso permettermelo: con i miei ossequi, rendo loro la propria ragione purché si tolgano di torno, dato che anche loro, al par dei selfie, non sfiorano la mia esistenza). 

Non impiego il tempo libero nelle pulizie domestiche, che servono e sono importanti in un contesto familiare di tipo tecnico ed amministrativo dove, spostando le tempistiche di ciò che comunque farò, non toglie nulla a nessuno, quindi, le pulizie le faccio più tardi e se dovesse farmi visita qualcuno, avviso sin da ora che per raggiungere il divano dove sedersi, farà lo slalom tra scarpe, giochi, coperte e bambole; inoltre vedrà una bella catasta di panni puliti, ma da stirare e sentirà la lavatrice che fa il suo (e anche in questo caso, ai velenosi dico che una brava moglie e madre vede nelle pulizie di casa una via di fuga secondaria, e che fuori da qui, non esiste essere umano cui interessi sapere delle mandrie di acari che passeggiano per la mia casa, figuriamoci se interessano le loro malelingue).  

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Le notevoli parentesi che dedico alle mie figlie sono una occulta pubblicità sui miei investimenti quale propaganda di un futuro migliore da augurare, e costruire, per le nuovissime generazioni. 

Generazioni che alleno facendole crescere di pane e fantasia, di tempo impiegato in lavoretti manuali che richiedono insistenza e concentrazione, perché qualsiasi cosa si decida di fare da grandi, la si costruisce con il tempo, con lenta dedizione, applicando precisione e costanza; seppur non palese, in questo modo insegno loro anche ad aver cura delle relazioni personali basate sulla dolcezza e sull’affetto, perché occorre ascoltare cosa si deve fare, si chiede aiuto se non riesce bene, si ricomincia se si sbaglia: detto in altro modo, si allenano rispetto e reciprocità. 

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A dire che trattasi di scelte che faccio perché destinate alle mie figlie, e perché io sono l’unico essere umano in età adulta responsabile della crescita e dello sviluppo delle capacità affettive e relazionali di due minori che solo in famiglia imparano l’Amore ed il Dono (prima di tutto verso il proprio genitore), la Riconoscenza ed il Rispetto (prima di tutto verso il proprio genitore).

La capacità più difficile da insegnare è distinguere il Bene dal Male, il Grazie dal Tu mi devi, il Per Favore dal Voglio, l’Usare le cose dall’ appropriarsene e lasciarle mezze distrutte, o addirittura dimenticarne la restituzione. 

E ci vuole tempo per far assimilare ad un bambino tali concetti che arrivano prima come parole, dopo parecchio esercizio pilotato diventano comportamenti, e solo alla fine di una lunga esperienza di vita, vissuta in casa, diventano uno stile di vita acquisito e radicato.

E’ vero, alcuni passaggi vanno spiegati e dimostrati mettendoli in atto, e facendo vedere all’intelligenza curiosa dei bambini, passaggio dopo passaggio, e questo succede quando si vogliono fare esperienze che richiedono un’applicazione fisica oltre che mentale, e posso capire che non tutti i genitori hanno tempo o interesse per questo tipo di attività creative … ma il linguaggio, no, perché il linguaggio può non seguire la stessa dinamica educativa: se un genitore non ha tempo da dedicare al figlio nella cura del linguaggio, non sussiste problema poiché il linguaggio si assimila e si assorbe per ascolto. 

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Un bambino che parla con rabbia e aggressività è il bambino cui genitori si rivolgono con violenza verbale, così come il bambino che risponde usando parolacce è lo stesso bambino che si sente rispondere con parolacce ed offese.

Quando un bambino arriva a scuola ha in già in bocca insulti e parolacce, proiettili che lo hanno colpito mentre giocava, camminava, piangeva, proiettili che in famiglia rilancia ai genitori, mentre a scuola mira e colpisce, insegnanti e amici.

A scuola non vengono insegnate, e quindi non si imparano, l’Amore e la buona educazione: a scuola vengono insegnate, e quindi si imparano, la matematica, la storia, le lingue, l’italiano, l’arte.

Diamo a Cesare il suo, e ai figli diamo il nostro.

E di nostro c’è solo l’Amore, l’Amore reciproco.

SANT’ANTONIO ABATE

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I colori di Gennaio.
Il gatto accovacciato vicino la camino.
Il fumo nell’aria.
Il pettirosso sui rami spogli dell’albero avanti casa.
La legna secca ammuchiata all’angolo della casa.
I panini con la porchetta, lasciati sul tavolo.
Il calendario di Frate Indovino, vicino ai panini.
I miei nonni, vestiti a festa.
I miei nonni, orgogliosi e felici.
L’elemosina.
La neve.
Pozzanghere d’acqua gelate.
Il suono delle campane.
Le donne anziane vestite di nero.
I preti pure.
L’aria gelida.
Gennaio gelato, non era mai disprezzato.
Il sorriso dei contadini orgogliosi del proprio bestiame.
I vetri delle finestre appannati.
La festa di Sant’Antonio Abate, io non la dimentico.
Quando il passato libera nell’aria un vago profumo della sua presenza, è magia, e poco conta che sia un passato recitato, ricordato o reincarnato: è vivo, è presente.
Succede quando si vivono, come spettatori passivi, i ricordi di antichi costumi, di lontane usanze esistite nelle serate dei lunghi inverni, quando si accendevono le luci nelle case dei paesi, oggi consumati dal tempo e abbrutiti da una precoce involuzione di usi e costumi.
Che sia il frastuono dell’oblio o la nostalgia del “c’era una volta …”  il recupero dei tempi antichi dell’esistenza umana, è nostalgia, ma anche tentare di chiedersi da dove veniamo e come  siamo arrivati sino ad oggi.
E niente eguaglia l’atmosfera che si respirava in quelle giornate di un tempo.

FELICE ANNO

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Siamo tutti allineati lungo una ipotetica soglia, un confine tra il vecchio ed il nuovo, tra il passato ed il futuro, e tutti ci prepariamo al lancio, chi in abito da sera luccicante e flute in mano, chi in camice verde o bianco, chi in tuta gialla o arancione, chi dimesso, chi disteso su una barella, o di fianco: il tuffo nel 2017, come in ogni altro anno, resta un salto nel vuoto, ma nell’inevitabilità di questa sorte ccomune, che sia almeno una adrenalinica prova di bungee jumping, cui rimbalzi in risalita, ci diano l’opportunità di dare uno sguardo rapido, ma attento, su ciò che stiamo facendo, per potere adottare, repentinamente, le giuste correzioni.
E a fine corsa, avere almeno la certezza di aver fatto qualcosa di buono, prima che l’infarto emotivo ci faccia secchi: perchè il nostro cuore ama le emozioni forti e intense, quelle belle e pulite, fatte di Coraggio e Amore, che ci restituiscono Bellezza e Progresso, le uniche che allungano la vita!
E la Libertà.
Buon Anno e Felice Cammino, con noi stessi, ed inisieme!

LA LUCE A NATALE

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Sono meravigliose le luci, quelle del Natale: appese, sospese, attese e accese.
Le aspettiamo sempre, e sempre le luci ci inondano di chiarore, e non sarebbe Natale se non ci fossero.
Piacciono, e mi piacciono.

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Le luci piacciono perchè abbeliscono e decorano, mi piacciono perchè illuminano.
Piacciono perchè fanno scena, mi piacciono perchè mi guidano verso la scena.
Ormai non viviamo più al buio da decenni, ma le luminarie del Natale non devono mancare, e quando mancano, il Natale non arriva.
Perchè?

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Abbiamo bisogno di sentircelo addosso, il Natale, appeso alle vetrine, sui balconi, nelle piazze.
Il 25 Dicembre è Natale se le vetrine si vestono di Natale; altrimenti è solo il 25 Dicembre, come il 15 Maggio o il 21 Ottobre.
E’ vero, ci hanno creato dei bisogni effimeri a sostegno di emozioni intime e personali, e dico che le luci non illuminano la mia emozione per il Natale, che nel mio ricordo ritorna più volte, e sceglie varie date del calendario.

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In giro per le piazze, sempre meno si vedono alberi di natale, del presepe non c’è più traccia: ed invece, aumentano sempre di più le luminarie, e molte di più sono le luci, appese agli alberi, alle ringhiere, ai palazzi, e dai cornicioni e dalle finestre le luminarie abbondano nelle loro forme strane, geometriche ed egocentriche, e non è passione per il luccichio!

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Camminare per una strada, sotto una cascata di lucine, aggraziate e diffuse, colorate e ben disposte ci illumina con più dolcezza e teatralità; la sensazione è bella, rallenti il passo e guardi compiaciuto; camminare lungo la stessa strada dove svetta un lampione che ti punta una luce diretta, gialla e accusatrice, ti fa solo accelerare il passo, ti guardi intorno, ma a disagio.

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Manca la luce, e manca su tutto.
Manca la luce per vedere la strada, per vederci l’un l’altro, per vedere dove andare pur restando fermi.
Ci piace, non ciò che ci manca, ma ciò che ci rassicura: la trasparenza delle certezze.
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Ci resti un Natale di luce, anche senza luminarie!

OTTOBRATE

Oggi saluto Ottobre, il mese che più di tutti mi prepara all’Autunno restituendomi ogni angolo del mio vivere quotidiano ben pennellato da colori accesi ed intensi, una scorpacciata visiva di sfumature, e scenari, molto forti: servono per ricordare, per rifornirsi e per preparasi alle tonalità spente.
Questo è Ottobre.

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… dove puoi sederti per fare una pausa, sei sempre in condizione di pensare e di stare con te stessa …

Ottobre che, congedandosi, scivola via con un boato a singhiozzo, partito dalla terra, e non troppo giù.
Ottobre che vomita in superficie una rabbia che ci paralizza.

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… abbiamo sempre bisogno di cartelli scritti per sapere cosa si può fare e cosa no …

Qualcosa mi dovrà pur insegnare, questo Ottobre, e qualsiasi cosa ci voglia insegnare, malediciamo il non averlo capito prima, prima di sentire le voce strozzata dal dolore e dalla paura.

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… tenero amore, di amore invasivo …

Da lontano è tutto più ovattato, ma le radici ancora piantate lì, percepiscono tutto: lascio liberi nell’aria i miei tanti ‘ti sono vicina’ ma non bastano, anzi, non servono.

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… è sempre bene immaginare cosa succede, sullo sfondo …

E se qualcosa dovrà cambiare, non può riguardare solo la gente colpita e danneggiata dal sisma, deve raggiungere chiunque, a partire da me, per trasformare ‘ti sono vicino’ in ‘faccio qualcosa’ che guidi questa forza diabolica nel giusto spaccato dell’anima.

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… rosa di sera …

Dico che la vita, questa volta, resta, e resta per tutti: succede raramente.
Questa volta tutti possiamo ancora camminare sopra questa faglia devastante.
E’ un’idea che non rimette nulla in piedi, ma deve bastare: è l’idea di camminare con poco, di camminare l’uno di fianco l’altro, nonostante tutto.
Camminare per osservare la propria strada, ad ognuno la propria, e apprezzare tutte le sue curvature, i suoi paesaggi, le sue discese e le infinite salite.
Perchè ogni strada, quando la percorri, è meravigliosa, come è meraviglioso alzarsi ogni giorno dalla stesso lato del letto, prendere il caffè dalla sessa tazzina, sbeccata da 10 anni e vecchia di altrettanto tempo.
Quello che così spesso ci diventa squallida routine, è la nostra storia, è il nostro vivere, è parte di noi, siamo noi.

Basta solo ricordare che il banale quotidiano non ci spetta di diritto, nemmeno quella tazzina sbeccata e vecchia: tutto è banale e ripetitivo, sino a quando non c’è più.

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Autunno vieni a me, ed io sarò con te …

VERSO LA FINE

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Tutte le giornate volgono al termine, per tutti ed in ogni luogo, ma in tempi diversi.

Anche le emozioni, in tempi diversi, si spengono.

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E se ogni giornata va incontro al proprio tramonto, ogni sentimento cammina verso una sua fine, che potrebbe essere più bella del suo percorso.

Guardate la fine di questa giornata, uno spettacolo della natura, del creato, della fisica, della chimica, fatto sta che toglie il fiato e mai ti viene in mente cosa ci possa essere stato prima di questo capolavoro.

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Prima di questo incanto c’è stato un giorno, o meglio, un turbinio di vite e di scelte, giuste e sbagliate, potenti e insignificanti, comunque emozioni.

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Lo spegnimento dura una manciata di secondi, stasera ci ha inchiodati tutti, senza conoscersi nessuno.

Dovrebbe essere così, la fine dovrebbe essere sempre un momento potente che ci inchioda dinanzi ad una bellezza che non ricorda più la strada per essere arrivata in quel punto.

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La fine odora di sacro perché è esistito qualcosa che non torna, e ciò che non torna resta eternamente ad un passo da te.

Ma non torna più.